Dal dario di Stella
Frequento il 4° anno della Scuola di Specializzazione in Geriatria dell'Università di Torino. Ho sempre saputo che prima o poi sarei dovuta partire per una missione umanitaria in un paese a risorse limitate... Ed eccomi qua, catapultata in questa esplosione di musica, luci e colori! E' la mia prima esperienza di questo tipo, soprattutto è la prima volta che parto da sola per un periodo così lungo (mi fermerò a Kalongo per tre mesi), ma tutta l'ansia è svanita appena salita sulla macchina dell'autista Abel, che mi raggiungeva all'alba all'uscita dell'aereoporto di Kampala, dopo una notte pressochè insonne, diretta verso la graziosissima Vocation House dei Padri Comboniani. Ciò che mi ha subito fatto pensare che potrei rimanere qui in pianta stabile, o per lo meno per molto moltissimo tempo ancora, è il fatto che qui siano tutti perennemente allegri, sorridenti, gentili, silenziosamente discreti, che nell'ospedale i pazienti non disturbino e non si lamentino mai, nonostante abbiano serie ragioni per farlo, che tutti nello staff ti dicano "Welcome!" e "Well done!" dalle 10 alle 15 volte al giorno, che tutti ridano come pazzi quando improvviso una frase in acholi (la lingua locale)... Ovunque si respira un ambiente accogliente e allegro, e subito ci si rende conto di quanto stress, ansia, insoddisfazione e depressione siano peculiarità del mondo sviluppato e l'inspiegabile paradosso che "più non hanno niente più sorridono appieno alla vita" sia assolutamente vero. "Voi avete gli orologi, noi il tempo" dice un vecchio proverbio afghano.. sarà questo il segreto?
In questo primo periodo mi sono principalmente dedicata all'inserimento in questa nuova realtà e alla comprensione delle dinamiche sia all'interno dell'ospedale e del reparto di Medicina, dove affianco il Dr. Jacob Nkwanga, sia dell'intero compound. Più passano i giorni più apprezzo moltissimo il teamwork: i medici fanno tre meetings settimanali, uno il lunedì mattina nell'OPD (Outpatient Dipartment) per fare il punto della situazione, specialmente dopo il week-end; uno il mercoledì mattina (Clinicians Meeting), in cui i responsabili di ogni area medica si confrontano esponendo ai colleghi i casi più complessi e un altro il venerdì mattina, di aggiornamento e formazione medico-infermieristica. Durante ogni meeting tutti si incoraggiano costantemente gli uni gli altri, il dott. Smart Okot, direttore medico dell'ospedale, invita alla stima e al rispetto reciproco e poi incarica ogni volta un medico diverso (o una sister, se presente) di pregare all'inizio e alla fine di ogni incontro. Nessun pregiudizio, nessuna accusa, nessuna voglia di prevaricare, di competere, di "sparlare" o "farsi le scarpe", nessuno fa la vittima, nessuno alza la voce, nessuno fa l'isterico, nessuno recrimina ingiustizie o rivendica diritti... tutte cose a cui siamo così ben abituati nei nostri ambienti di lavoro, soprattutto se universitari....qui sembra solo di far parte di una grande squadra che lavora insieme, con lo stesso obiettivo (il paziente e non il merito o il successo personale), seppure conscia di tutti i limiti presenti in termini di risorse umane e strumentali. I Padri Comboniani sono 80enni meravigliosi, pozzi di storia e di saggezza, hanno vissuto i 17 anni di guerra civile senza mai rinunciare alla propria missione, e un po’ quando ci invitano a cena la domenica sera e un po’ con la scusa di visitarli (i miei unici veri pazienti geriatrici!) ne approfitto per farmi raccontare le storie del loro passato, rimanendo strabiliata da come le raccontino sempre col sorriso e quasi ridendo come fossero barzellette, ricordandomi quanto siano inutili a confronto i problemi per cui ci lamentiamo e ci distruggiamo quotidianamente stomaco, fegato e cervello.
Nessuno chiede niente, e a te viene voglia di dare tutto. Ho finalmente ritrovato quella parte di servizio e vita comunitaria che avevo perso tanti anni fa e mi realizzava, ora mi sento nel posto giusto e al momento giusto e spero di lasciare una piccola traccia del mio passaggio, almeno per ricambiare le enormi lezioni di vita che sto ricevendo, dagli altri e da me stessa, che mi sperimento in questo nuovo contesto.
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